VELANDO Malupa, la piccola barca che porta un’idea ostinata di libertàVELANDO Malupa, la piccola barca che porta un’idea ostinata di libertà
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Riassunto

OSTIA. Al Palazzetto dello Sport di Ostia, durante l’evento conclusivo di Velando, il mare sembra essere arrivato fin dentro il palazzetto. Ci sono skipper, famiglie, racconti di navigazione e storie di piccoli equipaggi: persone con disabilità motorie, cognitive, sensoriali, con malattie rare, degenerative o oncologiche che nel progetto hanno trovato qualcosa che andava oltre lo sport - autonomia, relazione, fiducia. Tra tutto questo, c’è una barca che racconta una storia diversa dalle altre.

VELANDO Malupa, la piccola barca che porta un’idea ostinata di libertà
VELANDO Malupa, la piccola barca che porta un’idea ostinata di libertà

OSTIA. Al Palazzetto dello Sport di Ostia, durante l’evento conclusivo di Velando, il mare sembra essere arrivato fin dentro il palazzetto. Ci sono skipper, famiglie, racconti di navigazione e storie di piccoli equipaggi: persone con disabilità motorie, cognitive, sensoriali, con malattie rare, degenerative o oncologiche che nel progetto hanno trovato qualcosa che andava oltre lo sport – autonomia, relazione, fiducia. Tra tutto questo, c’è una barca che racconta una storia diversa dalle altre.

Si chiama Malupa. Piccola – 4,74 metri di lunghezza, 340 chili di peso – sembra quasi andare contro la logica delle cose. Nasce da un’idea molto più grande delle sue dimensioni: il sogno di provare a fare in modo che il mare, quello vero, possa essere vissuto davvero da tutti.

Il suo nome non è stato inventato in un ufficio né scelto per evocare qualcosa di marinaro. Malupa è Marco, Luca, Paolo. Tre nomi, tre amici che hanno deciso di mettere insieme competenze, passione e una convinzione semplice: che certi sogni non vadano lasciati perdere solo perché sembrano troppo difficili.

Marco il mare lo conosce da sempre. La vela è una passione antica, qualcosa che ha nel sangue e che ama sin da bambino. Uomo di musica, di relazioni, fondatore dell’associazione La Fabbrica dei Sogni, è tra quelli che hanno intuito quanto il mare possa essere molto più di uno sport o di un passatempo: un luogo dove si impara autonomia, fiducia, collaborazione.

Nel mare nessuno nasce imparato”, ripete spesso. Ed è difficile trovare una frase più giusta per raccontare Malupa.

Perché questa barca nasce proprio da quell’idea: che nessuno debba sentirsi escluso da qualcosa solo perché il proprio corpo risponde in modo diverso o richiede tempi differenti.

Solo che immaginarlo è una cosa. Costruirlo è un’altra: perché le barche piccole non perdonano– spiega Luca”.

Chi va per mare lo sa: meno spazio significa meno margine di errore. Ogni movimento cambia equilibrio, ogni spostamento modifica l’assetto, ogni chilo conta.

E nel caso di Malupa la sfida era ancora più complicata: progettare una barca capace di accogliere persone molto diverse tra loro, con esigenze motorie differenti, senza rinunciare alla sicurezza, alla stabilità e soprattutto alla qualità dell’esperienza del navigare.

Non una barca che portasse qualcuno a fare un giro. Una barca vera. Una barca in cui il mare restasse il mare.

Malupa pesa appena 340 chili, ma può accogliere fino a cinque persone in categoria C e sei in categoria D, con una portata massima di 555 chili. In termini molto concreti significa che il peso delle persone può essere persino superiore a quello dello scafo stesso.

È qui che il sogno ha dovuto imparare a parlare il linguaggio della tecnica.

Le sedute modulari, scorrevoli e girevoli su tre corsie sono probabilmente la parte meno spettacolare e più rivoluzionaria della barca. Perché cambiano il modo in cui il corpo abita lo spazio di bordo: permettono di adattare la disposizione alle persone, ai movimenti possibili, ai diversi livelli di autonomia.

La logica si ribalta.

Non è più la persona che deve adattarsi alla barca. È la barca che prova ad adattarsi alle persone.

Anche la deriva a bulbo retraibile, capace di passare da appena 15 centimetri di immersione fino a 1,10 metri, racconta la stessa filosofia. Serve ad avvicinarsi a fondali bassi, facilita l’accesso e l’imbarco, ma soprattutto lavora su un punto decisivo: la stabilità.

Perché la libertà, in mare, non è mai astratta.

Ha bisogno di sicurezza. Di equilibrio. Della possibilità di muoversi senza paura. Di sapere che quella barca è stata pensata anche per te.

Malupa e AISM, l’Associazione Italiana Sclerosi Multipla, in fondo, condividono la stessa domanda: come si costruiscono possibilità reali dentro vite che troppo spesso incontrano ostacoli?

Chi convive con la sclerosi multipla sa bene cosa significhi ridefinire continuamente il rapporto con il corpo, con il movimento, con l’autonomia. E sa anche quanto spesso siano gli ambienti, più ancora della malattia, a trasformare una difficoltà in esclusione.

Forse è qui che il sogno di Malupa incontra quello di AISM: nell’idea che i limiti non stiano solo nei corpi, ma anche negli ambienti. E che cambiare l’ambiente (una barca, un accesso, un modo di stare insieme) possa cambiare anche ciò che una persona immagina ancora possibile per sé.

Per questo la presenza di AISM dentro Velando non è stata soltanto una partecipazione associativa. È diventata un’esperienza concreta: persone con sclerosi multipla salite davvero a bordo, chiamate non a osservare ma a partecipare. A decidere, collaborare, trovare il proprio equilibrio dentro un equipaggio.

E qualcosa, in molti casi, è cambiato.

Non solo il piacere dell’esperienza, ma il modo di guardarsi. La sensazione di poter ancora sorprendersi. Di poter ancora fare cose considerate troppo difficili.

Sergio, che convive con la sclerosi multipla, dopo giorni di navigazione lo ha detto con una frase semplice: “Se una barca riesce a muoversi controvento, posso farlo anche io”.

Forse Malupa, in fondo, sta tutta qui. In un sogno preso sul serio.

In tre amici che hanno deciso di non lasciarlo fermo tra le cose belle ma impossibili.

Nell’idea – molto concreta e molto ostinata – che il mare non debba essere qualcosa da guardare da lontano.

Scritto da

DiEnrica Marcenaro

Enrica Marcenaro, sono una giornalista e una persona con disabilità. Mi occupo da tempo di scrittura e comunicazione, e il tema che più mi sta a cuore è soprattutto quello del turismo accessibile: raccontare, informare, segnalare luoghi e percorsi che possano essere realmente fruibili da tutte e tutti. Credo che l’accessibilità, oltre a essere un diritto, sia anche una questione culturale, che passa attraverso le storie, l’informazione e la condivisione di esperienze dirette.

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