Viaggio nel mondo della disabilità: le barriere architettoniche vissute sulla propria pelle

Viaggio nel mondo della disabilità: le barriere architettoniche vissute sulla propria pelle

3 Aprile 2015 0 Di Redazione di italiAccessibile

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Di Dora Millaci
Iniziano le belle giornate e così, anche chi è sulla sedia a rotelle ha il piacere e finalmente la possibilità di poter uscire da casa, non solo per fare una passeggiata, ma anche per un po’ di shopping.
Detto così sembra una cosa semplice, ma fate bene attenzione a quello che può accadere.
Oggi, andiamo per negozi.
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Barriere architettoniche

barriere-architettonicheDopo essere sopravvissuti a strade irregolari, piene di buche e senza scivoli per scendere, decidiamo di fermarci a guardare qualche vetrina.

Non so nelle vostre città, ma qui a Genova molto spesso i marciapiedi sono stretti e così, se si ha la malaugurata idea di sostare davanti ad un negozio per ammirare qualche vestito o altro, apriti cielo! Le persone pensano bene di scavalcarti in qualche modo, o “mugugnando”, come si dice qui da noi, scendono il gradino guardandoti male e facendoti pesare il loro gesto. Praticamente è come se in quel momento ti avessero fatto chissà quale regalo o tu, avessi fatto loro, un torto tremendo uscendo di casa e osando fermarti.

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Ben poche sono le persone che comprendo la situazione e magari contraccambiando il tuo sorriso, ti salutano pure.
Troviamo qualcosa d’interessante e decidiamo di entrare in un punto vendita. Peccato che la maggior parte delle volte, davanti alla soglia ci sono dei gradini e così, non ci resta che fare dietrofront oppure alla “disperata”, cercare di impietosire la commessa, invitandola ad uscire con la merce che ci piaceva per poterla ammirare e finalmente comprare.
Quanto poco basterebbe per risolvere la questione: solo mettere una piccolissima pedana per togliere il dislivello e non esisterebbe alcun problema.
Certo, ci sono anche i supermercati dove presumibilmente un disabile su sedia a rotelle dovrebbe accedere con facilità. Ebbene mi è capitato di entrare in uno di questi (non faccio nome), facente parte di una nota e grossa catena di Iper, il quale non si è adattato all’abbattimento barriere. Pertanto, per potervi accedere ho dovuto fare una sorta di gara di “limbo” e abbassandomi, praticamente sdraita nella sedia, passare sotto l’asta dei carrelli, sì avete capito bene. Quello è stato l’unico modo per poter entrare, dato che nessuno né commessi, né responsabili si sono premurati di farmi passare da qualche altra parte, nonostante le mie evidenti difficoltà.
Premetto, laggiù non ho più messo piede, anzi ruota.
Per non parlare di quando si è in fila per esempio dal salumiere. Tutti hanno fretta, sbuffano, si lamentano e cercano sempre di passare avanti agli altri, facendo spudoratamente finta di non vedermi. È in quei momenti che dico la famosa frase:”Per fortuna che mi sono portata la sedia da casa”. Solo allora la gente mi vede, si accorge di me e della realtà che li circonda e vergognandosi, abbassano lo sguardo. Di colpo nessuno brontola più.
Conclusione: Oggi la società va così di fretta che pochi si fermano, rallentano non solo il passo, ma la mente, il cuore e l’anima, per scorgere coloro che gli stanno attorno. Quello che è accaduto a me, (parlo della malattia) può capitare a chiunque ed è per questo che bisogna imparare a vedere; perché oggi sono poche le persone che guardano davvero.

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