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Alla Leopolda di Firenze cresce l’offerta, ma resta frammentata: il nodo è la continuità
FIRENZE. Alla Leopolda, dentro “Italia Insieme. Turismo Accessibile e Territorio”, i progetti non mancano. Settanta espositori, sessanta stand, dodici food truck, più di venticinque associazioni. Mare, città, montagna, cultura. C’è parecchio da raccontare. Il punto, però, non è solo questo. È capire dove le cose ancora non tengono. Perché è lì che l’accessibilità si misura davvero.
Negli ultimi anni i passi avanti ci sono stati. E si vedono. Il turismo accessibile e inclusivo ha iniziato a prendere forma, a strutturarsi, a diventare qualcosa di più concreto: progetti, investimenti, competenze. Ma è un processo in movimento continuo, lento, a tratti faticoso. Qualcosa è già cambiato, anche se molto resta ancora da fare.
Partendo dal mare, alcune criticità emergono con chiarezza: l’accesso funziona, il contesto, spesso, no. Le spiagge attrezzate oggi sono diffuse – passerelle, sedie JOB, servizi dedicati – ma restano spesso isole separate. Il problema è arrivarci (parcheggi non adeguati, percorsi urbani discontinui), ma anche restarci: servizi igienici non sempre utilizzabili, personale non sempre formato, assistenza non garantita in modo stabile. E soprattutto, manca il collegamento con il resto dell’esperienza: ristoranti, locali, trasporti, strutture ricettive, musei.
Negli alberghi, le difficoltà sono più profonde. Molte strutture si dichiarano accessibili, ma si tratta spesso di accessibilità parziale: una camera adattata, magari il bagno, ma non gli spazi comuni, non il ristorante, non le aree esterne. Il risultato è che l’accessibilità diventa utilizzabile solo a metà.
Sulle strade e nei trasporti, il nodo è la continuità. Una stazione accessibile non basta se il treno non lo è, un autobus attrezzato non serve se la fermata non è raggiungibile. È il sistema in cui l’accessibilità tende a interrompersi più facilmente, perché dipende da più soggetti e livelli diversi. Ed è infatti uno dei punti più critici emersi anche nei confronti tra regioni.
Nel caso dei bar e dei ristoranti, il problema è meno visibile ma molto diffuso. L’accesso fisico può essere risolto, ma restano barriere legate agli spazi interni, spesso adattati e non progettati in maniera corretta; soprattutto manca formazione: l’accessibilità non è solo entrare, ma essere messi nelle condizioni di usufruire del servizio come chiunque altro.
La montagna introduce criticità diverse. Qui il tema non è solo l’accesso, ma la sicurezza e l’informazione. Molti percorsi vengono definiti accessibili senza indicazioni tecniche precise: pendenze, fondo, lunghezza. Senza questi dati, l’accessibilità può diventare anche problematica. Anche nello sci adattato, che pure è molto sviluppato in alcune aree, il problema è la discontinuità dei servizi: noleggio, assistenza, accesso agli impianti non sempre integrati.
Ma anche nei musei e nei luoghi della cultura, la situazione benché più avanzata, non è uniforme. L’accesso fisico è spesso garantito, ma l’accessibilità culturale – percorsi tattili, supporti audio, strumenti per disabilità cognitive – è limitata a pochi casi. Ma anche qui il problema è fuori dal museo: arrivarci, orientarsi, collegarlo al resto della visita.
Elemento trasversale a tutti questi ambiti è quello delle informazioni. La maggior parte delle criticità nasce dal fatto che l’accessibilità è dichiarata ma non descritta. Mancano dati tecnici, standard condivisi, verifiche indipendenti. È il punto su cui insistono realtà come l’Associazione Italiana Sclerosi Multipla: senza informazioni affidabili, anche un servizio esistente rischia di diventare inutilizzabile.
Alla Leopolda, mettendo insieme questi livelli, emerge un quadro preciso: i progetti funzionano, ma funzionano a pezzi, anche quando singolarmente sono ineccepibili.
Il mare senza la città.
L’hotel senza i servizi.
Il museo senza il contesto.
Il sentiero senza informazioni.
Il problema, allora, non è più fare interventi, ma tenere insieme quello che già esiste.
Ed è qui che il concetto di sistema, richiamato anche da Marco Pizzio – esperto a livello internazionale per ENAT e responsabile dell’area turismo accessibile dell’Associazione Italiana Sclerosi Multipla – diventa concreto: l’accessibilità non si misura su un luogo, ma sulla continuità dell’esperienza. Finché quella continuità non c’è, anche il progetto migliore resta incompleto.
Si chiarisce allora il senso delle parole della ministra Alessandra Locatelli: un turismo è accessibile solo quando lo è davvero per tutti. Non è fatto di piccoli pezzi, né può essere pensato per alcune disabilità o per singole fasce di popolazione. Il turismo non si divide, perché riguarda la libertà di muoversi, scegliere, partecipare. Ed è una libertà che, come tale, appartiene a ogni cittadino. Per questo l’accessibilità non può essere costruita per compartimenti, ma deve essere progettata nella sua interezza, senza esclusioni.

