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Orgogliosi di indossare l’azzurro
Roberta Amadeo, il Quirinale e il senso profondo dello sport paralimpico

Roberta Amadeo arriva al Quirinale con una maglia in mano.
È l’azzurro della squadra paralimpica, firmato da tutti. La dedica è chiara: “Orgogliosi di indossare l’azzurro”.
Sergio Mattarella la riceve e risponde: “Io non la merito”. Lo dice commosso.
Non è una frase di circostanza. È il punto da cui comincia tutto.
Perché in quel gesto – una maglia, una dedica, una risposta – c’è tutto. C’è l’umanità profonda di Sergio Mattarella, c’è il rispetto autentico per lo sport, c’è l’abbraccio reciproco tra istituzioni e atleti, tra valori civili e fatica quotidiana. E c’è Roberta Amadeo, che non sta semplicemente “rappresentando” qualcuno: sta portando dentro quel luogo una storia che pesa.
Roberta Amadeo è una campionessa del mondo. Due volte. Anzi, molte di più. Ai Mondiali di paraciclismo di Ronse, in Belgio, ha fatto quello che fa spesso: ha vinto. Due gare, due ori, senza concessioni. Nella categoria H2 ha travolto tutto e tutti, chiudendo la sua prova in 1:26:32, quasi dieci minuti prima della seconda. Una doppietta che non lascia spazio a interpretazioni. Quando sale in sella con la maglia azzurra, non scherza. Stravince.
Ma se fosse solo questo, sarebbe “solo” sport. E Roberta non è mai stata solo sport.
È una donna con sclerosi multipla. Una persona che quella diagnosi, arrivata a 22 anni, non l’ha trasformata in un confine, ma in un punto di ripartenza. Judo da ragazzina, disciplina imparata presto, poi l’handbike dal 2010. Da allora non si è più voltata indietro. Ha continuato a studiare, a lavorare, a costruire. A pedalare. Forte. Dritta. Senza chiedere sconti.
“Non mi ha fermata la mia SM”, dice lei.
E infatti non l’ha fermata nessuno.
Le sue stagioni sono “infinite”: Scozia, Rotterdam, Europei, Mondiali. Una collezionista seriale di titoli che però corre per un motivo molto semplice: sentirsi libera. Trasformare la fatica in sorriso. Prendersi, ogni volta, una rivincita gentile ma ostinata contro l’idea che una malattia debba metterti ai margini.
Chi la conosce lo sa: basta un messaggio su WhatsApp per ritrovarsela in diretta Rai, o con una medaglia al collo, o in piazza a Como a firmare autografi durante un’iniziativa di Associazione Italiana Sclerosi Multipla. Perché Roberta non separa mai lo sport dalla vita. Le sue gare sono piccoli manifesti: pedalare non è solo vincere, è abbattere muri, smontare cliché, dimostrare che chi convive con una malattia non è zavorra, ma energia pura.
E allora quel gesto al Quirinale acquista un altro spessore. Quando Roberta consegna la maglia a Mattarella, non sta offrendo un trofeo. Sta dicendo: noi siamo qui. Noi, atleti. Noi, persone con disabilità. Noi, persone con sclerosi multipla. Noi, associazione. Noi, comunità.
E quando il Presidente risponde “io non la merito”, non è modestia di circostanza. È il riconoscimento di un debito morale. È l’idea che quella maglia, quell’azzurro, non è solo un colore sportivo, ma un impegno collettivo.
Poco dopo, lo stesso Mattarella dirà agli atleti paralimpici: “Siete un orgoglio per l’Italia”. E lì il cerchio si chiude. Perché quell’orgoglio non nasce solo dalle medaglie – sette ori, quattordici podi, un’Italia che ai Mondiali di Ronse ha dominato – ma da ciò che quelle medaglie rappresentano.
Roberta Amadeo, con la sua doppietta e con quella maglia consegnata al Presidente, lo ha ricordato a tutti. Che lo sport, quando è vero, non separa. Unisce. Che la disabilità non è un limite narrativo, ma una delle forme più potenti del racconto contemporaneo. E che indossare l’azzurro, oggi, significa anche questo: portare dentro i simboli della Repubblica storie che parlano di determinazione, libertà e dignità.
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