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INTERVISTA A FRANCESCO BOCCIARDO: CAMPIONE PARALIMPICO IN “STILE LIBERO”

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Intervista a Francesco Bocciardo di Maria Stella Falco #italiaccessibile

Abbiamo fatto qualche domanda a Francesco Bocciardo: ecco cosa ci ha raccontato di sé e dei suoi successi sportivi:

Francesco Bocciardo - Campione Paralimpico
Francesco Bocciardo – Campione Paralimpico

D. Qual è la tua disabilità?

R. La mia patologia/disabilità è una tetraplegia distale-spastica.

D. Sei un nuotatore, un campione paraolimpico: racconti brevemente quando, come e perché hai deciso di praticare questo sport?

R. Non ho “proprio” deciso di iniziare questo sport, i miei genitori sotto consiglio della mia fisioterapista, mi hanno avviato a questo sport al quale poi mi sono affezionato.

D. A quali competizioni paraolimpiche hai partecipato?

R. Ho partecipato ai Campionati italiani, ai Campionati Europei (Berlino 2011 e Eindhoven 2014), ai Campionati Mondiali (Mondiali di Glasgow 2015), alle Paralimpiadi (Londra 2012 e Rio 2016); ad oggi ho conseguito il titolo di campione (medaglia d’oro) italiano, europeo, mondiale e paralimpico nei 400 stile libero classe s6.

D. Tra le tue recenti partecipazioni a competizioni paraolimpiche, quella ai Campionati Italiani: raccontaci un po’ quest’esperienza.

R. Lo scorso 1 e 2 di Aprile ho preso parte ai campionati italiani invernali, che si sono tenuti a Portici, in occasione di tale evento mi sono riconfermato campione italiano sui 400 e 100 stile libero classe s6; molti spesso dicono che dopo aver partecipato ad eventi come Mondiali e Paralimpiadi, tutte le altre manifestazioni finiscono per non farti più effetto non è vero, per me personalmente, sono stati dei Campionati italiani ricchi di emozioni, primo fra tutti il fatto di aver partecipato in qualità di atleta delle fiamme oro, ma non solo, per aver fatto per la prima volta, nella stagione, ” la mia gara” i 400 stile libero, gara che mi emoziona sempre molto

D. Quali saranno i tuoi prossimi impegni sportivi?

Ora come ora la mia mente è già rivolta ai Campionati Mondiali che si svolgeranno a Città del Messico dal 30 di Settembre al 7 di Ottobre del 2017.

D. Sei uno sportivo che pratica sport paraolimpico a livello agonistico, tutto ciò ti impegna molto, ma sicuramente hai pure tu qualche altro passione, quale?

Ho molte passioni, di sicuro le mie passioni principali riguardano i film e la musica, due elementi che mi aiutano molto a conciliare tutti i miei impegni giornalieri, senza farmi raggiungere un livello di stress eccessivo, in particolare la musica è fondamentale a pochi minuti dal fatidico momento della gara.

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Libri: segnalazioni, recensioni

Chiacchierando con Carlotta sul suo libro autobiografico “Quegli Attimi Di Felicita”

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Chiacchierando con Carlotta sul suo libro autobiografico “Quegli Attimi Di Felicita”

di Gianluca Iandolo

Libro “Quegli Attimi di felicità” di Carlotta Orefice

Salve quest’oggi voglio farvi partecipe della “mia chiacchierata informale ” con Carlotta Orefice, ragazza con disabilità motoria, autrice del libro  “Quegli Attimi di Felicita”. E’ un libro autobiografico, fresco, di veloce comprensione ma soprattutto ricco di emozioni e sensazioni vissute che si trasmettono al lettore.

Per questo vi trasmetto il contenuto di questa “chiacchierata”:

Da dove nasce l’idea di raccontarti?

Perche voglio aiutare le persone che sono nelle mie stesse condizioni rialzarsi più forti, come ho fatto io!!

Quindi per dare un messaggio di “d’ispirazione e rinascita”?

Si

Nelle tue pagine avverte un lungo cammino di consapevolezza e una forte voglia di vivere

Voglia di vivere tanta,con tutte le sue difficoltà e il desiderio di farsi accettare nonostante la disabilità! Odio le persone che ti passano vicino e ti dicono <<bella che peccato pero…>>. Ho tanta rabbia per loro che non ci accettano e che credono che la loro vita sia migliore della nostra

Ci riuscirò!

Certo che ci riuscirai, ci stai già riuscendo! Non è da tutti mettere nero su bianco un pezzo della propria vita dicendo “io ci sono e sono così!!”

Forse sono stata fortunata ad avere una famiglia alle spalle che mi ha fatto e mi farà ancora superare ogni cosa.

Sicuramente sono i tuoi capi saldi oltre gli amici, giusto?

Giustissimo

Nel libro ci sono oltre alle profonde ed intense lettere ai tuoi cari anche dei posti e degli episodi della tua vita, come mai ?

Il mio vissuto,ciò che mi ha segnato, il mio primo fidanzato, la prima persona che mi ha accettato, la mia migliore amica ed ancora la mia Taene che più di un’amica è una sorella che mi ha portato in Brasile per un mese intero, non lo dimenticherò mai più. Nella mia vita adesso c’è tanto, un nuovo amore e poi Erica il mio attuale “angelo custode” l’adoro . Chi sa se un giorno scriverò ancora!!

Oltre la scrittura quali sono le tue passioni?

Viaggiare, la fotografia,la salsa e faccio anche lezioni di canto in un accademia

La conclusione di questa chiacchierata/intervista come dir si voglia, è stata ricca di significato e di emozione un come “Quegli Attimi Di Felicita” che potete trovare online : Quegli attimi di Felicità

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Intervista a Martina Naccarato autrice del libro “Leggere la disabilità”

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di Maria Stella Falco

Libro Leggere la disabilità di Martina Naccarato

Vi segnaliamo, con un’intervista all’autrice, una recentissima pubblicazione, intitolata “Leggere la disabilità” (Gattomerlino, 2016), frutto della rielaborazione di una tesi di Laurea sul tema, molto caro a chi scrive, “letteratura e disabilità”. Le domande sono un po’ provocatorie forse, ma utili a far emergere l’importanza di un lavoro interessante ed esaustivo.

L’autrice, la ventottenne Martina Naccarato, laureata presso l’Università degli studi di Firenze, Corso di laurea in Corso di Laurea in Lingue e letterature europee e americane, ha presentato e discusso la sua tesi magistrale in Letteratura Comparata.

Relativamente al tema che ha affrontato, ha offerto quello che, pur senza averlo ancora letto, chi scrive giudica un lavoro interessante: chi scrive per motivi personali, nelle sue tesi di laurea, ha trattato lo stesso argomento, soffermandomi, però, solo sugli studi e sulle testimonianze italiane contemporanee a proposito di disabilità.

Che questa lettura sia per voi gradita e occasione per riflettere e arricchire le vostre conoscenze!

D) Ci parli brevemente di come è nata quest’opera e del suo contenuto?
R) Quest’opera è nata quasi per caso, ovvero, non è altro che la rielaborazione della mia tesi di laurea magistrale ed è il frutto di un accurato lavoro di collazione; infatti, sia la tesi stessa che il libro, si compongono di tre parti: la prima introduttiva e quindi più generica che parla della disabilità e dei vocaboli che si appartengono a questo “ mondo “, purtroppo, ancora poco noto; la seconda nella quale vengono analizzati romanzi, biografie ed autobiografie che, a loro modo, affrontano il tema della diversità, e nello specifico, dell’handicap. Infine, nella terza ed ultima parte del testo, sono contenute testimonianze di persone con disabilità che, nonostante le oggettive difficoltà quotidiane, non solo sono in grado d’inseguire i loro sogni, ma riescono a vivere a pieno la vita, e, lo fanno sempre con il sorriso sulle labbra.
D) Motivi la scelta del titolo? Perché “Leggere la disabilità”?
R) Credo che il titolo del mio libro sia bello ed appropriato, ma devo ammettere di non averlo scelto io, lo ha fatto la mia editrice.
D) Se si vuol parlare dell’opera, è inevitabile far riferimento alla tua tesi di laurea magistrale. Se fosse stato per te, non avresti affrontato questo tema nella tua tesi, perché?
R) Dati i miei studi di certo non avrei immaginato di dover parlare di disabilità e né avrei voluto farlo. Non perché mi crei problemi parlare di disabilità o perché non ho accettato la mia condizione, ma per sottolineare il fatto che a mio avviso, non è giusto che siano sempre e solo le persone con disabilità a parlare di handicap e delle difficoltà che esso comporta.
D) Per te è fondamentale evitare di strumentalizzare la tua condizione. Credi di averlo fatto, scrivendo questo libro?
R) Credo di non aver strumentalizzato la mia condizione, in quanto, ho cercato di parlare di disabilità come una persona interessata all’argomento e che, quindi di conseguenza, sa quello che dice, piuttosto che come qualcuno che, da sempre, vive questa realtà ogni giorno.
D) È altrettanto importante che la tua opera sia utile a chi la legge, chi vorresti che leggesse il tuo testo?

R) Ovviamente, come ogni scrittore più o meno famoso, gradirei che la mia opera si diffondesse il più possibile e “insegnasse”, o comunque trasmettesse qualcosa a tutti coloro che la leggono. Certo è che, nel caso di un testo specifico come questo, ci si augura che, non solo venga letto, ma perché no, anche studiato da persone di tutte le età, che desiderano scoprire qualcosa di cui la gente spesso si vergogna a parlare. Infatti, sarebbe davvero bello se studenti universitari, professori, fisioterapisti, psicologi, psichiatri cercassero di comprendere e soprattutto, di spiegare la disabilità attraverso un libro che ne parla apertamente, cercando di mettere in luce quelli che sono gli aspetti positivi di una condizione che, spesso, sembra solo di svantaggio.

Infine, permettetemi di sottolineare che vorrei che fosse più che altro la gente “estranea al settore “a leggere un testo come il mio.
D) Perché la gente dovrebbe leggere il tuo libro? Forse non tutti, come noi, sono interessati all’argomento.

R) Secondo me, prima di tutto, le persone dovrebbero leggere il mio libro per capire che la disabilità non è un tabù, ma bensì, qualcosa di cui si può e si deve parlare, e che qualsiasi tipo di “diversità “, può rappresentare una ricchezza, in quanto, non è altro che una caratteristica della persona che la possiede.
D) Come hai avuto la possibilità di conoscere la casa editrice che ha pubblicato la tua opera?

R) È stato l’autore di uno dei testi contenuti nella mia tesi di laurea, edito proprio da Gattomerlino, a presentarmi la mia editrice, che con tanto entusiasmo si è occupata dell’editing e a trasformato il mio lavoro in quella che oggi, con orgoglio, definisco la mia terza fatica letteraria.

 

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NADIR MALIZIA: “VITA SU QUATTRO RUOTE” DI UN GIURISTA CON LA PASSIONE PER LA SCRITTURA

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Libro di Nadir Malizia
Libro di Nadir Malizia

 

Ecco un’intervista a Nadir Malizia, augurandoci di fornirvi un consiglio di lettura per quest’autunno.

Ringraziamo l’autore del libro autobiografico “Vita su quattro ruote” (GruppoC1V Edizioni, 2015 ), che convive con una tetraplegia spastica dalla nascita, per aver risposto e offerto spunti di riflessione.

 

 

 

 

Intervista a cura di Maria Stella Falco

 

– Presentati ai nostri lettori. Sei giurista e scrittore. Perché un giurista decide di scrivere?

Salve, mi chiamo Nadir Malizia, sono in carrozzina da quando sono nato. Ho 40 anni, vivo nelle Marche da quasi sette anni condividendo l’appartamento con due amici. Sono laureato in Giurisprudenza da quasi sei anni e scrivo per una casa editrice di Roma. Sì, sono giurista, ma da sempre ho la passione per la scrittura e ho voluto metterla in pratica scrivendo un libro autobiografico dal titolo “Vita su quattro ruote” edito dalla casa editrice GruppoC1V Edizioni di Roma.
– A breve leggerò il tuo libro, perché mi consigli di leggerlo?

Ti consiglio di leggere il libro, perché è profondo, fatto di pensieri, parole e emozioni, di una persona “diversamente abile”. Ho voluto raccontare una realtà per molti ancora sconosciuta.
– Quanto è stato utile per te raccontare la tua storia (di diversabile)?

Per me scrivere questo libro è stato sicuramente utile perché attraverso la mia testimonianza personale e sociale sul tema della disabilità e non solo, cercando di abbattere i pregiudizi, entrando in punta di piedi nel cuore e nelle case dei lettori.
– E’ sia stato utile per i tuoi lettori leggere il tuo libro?

Sì, sicuramente, ne ho avuto la prova, dai numerosi messaggi positivi ricevuti dai lettori. Le persone si complimentano con me di come affronto ogni cosa con tenacia e entusiasmo. Mi ringraziano perché, dopo aver letto il libro, vedono la vita con occhi diversi.
– Come è nato, materialmente, questo libro? Come hai trovato l’editore “giusto”?

Il libro è nato materialmente 11 maggio 2015, pubblicandolo per la casa editrice GruppoC1V Edizioni. Questo grazie al mio Editore Cinzia Tocci che ha creduto in me e nella mia storia. Dopo una lunga ricerca di case editrici famose e non a pagamento.

– Con che tipo di disabilità convivi? Come è “vivere su quattro ruote”? Pure io ci vivo, non “a tempo pieno”, ma solo quando ne ho la necessità (se devo percorrere spazi molto ampi in poco tempo).

Secondo me, molta gente, non è abituata a vedere le persone in sedia a rotelle, pensa che essere in sedia a rotelle significa non avere una vita (emotiva, sociale). Per fortuna non tutti pensano questo….Convivo dalla nascita, con una tetraplegia spastica, causata da sofferenza fetale, che ha colpito gli arti inferiori, pur avendo la sensibilità in tutto il corpo. Vivere una vita su quattro ruote per quanto mi riguarda personalmente, è una cosa meravigliosa dal punto di vista personale e sociale ma dall’altra ci sono le lotte di ogni giorno per avere diritto alla propria autonomia.
– Ti seguo su fb, citando il tuo libro, hai scritto: “avere una disabilità non significa arrendersi”. Hai mai pensato di arrenderti? Scrivere di te ti aiutato a non arrenderti?

Sì esatto, mai arrendersi, anche se si ha una disabilità; certo, mi è capitato di arrendermi, soprattutto nel periodo adolescenziale, perché per un attimo mi sono sentito fuori posto. Mi sentivo “diverso” ma poi grazie a una vocina interiore alla volontà, tutto è passato per proseguire la mia vita in salita.

 

– A proposito della tua disabilità e della tua omosessualità scrivi, “È giusto raccontare e far conoscere altre realtà”.

Io credo che, tutti, disabili compresi, debbano “smetterla” di giustificare le proprie scelte…Se ognuno di noi raccontasse la propria storia, forse e dico forse la società, comincerebbe a capire che ci sono altre realtà da conoscere, e ognuno potrebbe imparare qualcosa per migliorare come donna uomo di una società civile se così si può chiamare.
– Stai scrivendo un altro libro, puoi anticipare qualcosa sul contenuto?
Posso dire soltanto che sarà un libro, a livello culturale e scientifico e umano. È un libro scritto a quattro mani.

 

 

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Federica Bambaci, ballerina con “ruotealate”. “Diverse abilità, stessa voglia di vivere”

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di Maria Stella Falco

Federica Bambaci - ballerica con disabilità
Federica Bambaci – ballerina con disabilità

Federica Bambaci è una sedicenne grintosa, determinata, piena di sogni e innamorata dei suoi sogni, quelli veri, quelli che, dato che ci credi davvero e profondamente, alla fine realizzi.

Federica convive dalla nascita con la tetraparesi spastica, “una disabilità motoria non indifferente – racconta – ma ciò non mi ha mai fermato poiché credo che la disabilità sia un modo per conoscere se stessi e le proprie capacità”.

La sua unica ragione di vita, il suo “unico destino”, da quando un anno fa l’ha “conosciuta”, è la danza, che pratica su sedia a rotelle e che l’ha “aiutata tantissimo ad esternare i (suoi) veri obiettivi”.

A proposito della sua passione, ci racconta:

Credo che ognuno di noi nasca con un destino già scritto; io il mio l’ho scoperto quando ho conosciuto la danza. Da sempre ho creduto che l’arte fosse un modo per esprimere ciò che si ha dentro, per far capire veramente l’essenza della propria anima. L’arte infatti non è altro che sperimentazione di emozioni, sentimenti e tutto ciò che ci circonda, qualcosa che va curato e protetto, qualcosa da custodire ogni giorno. Uno dei miei più grandi sogni sarebbe quello di portare sul palco coreografie che stupiscano, facciano capire la mia vera essenza e mi aiutino a trasmettere un messaggio fondamentale, ovvero quello che l’arte è così ampia, così aperta, da accettare qualsiasi tipo di pensiero, mente o espressione. Vorrei, attraverso l’arte, far arrivare il messaggio che gli obiettivi si possono raggiungere nonostante tutto

Federica Bambaci
Federica Bambaci

Per questo ha chiamato il suo ultimo progetto, attraverso il quale cerca di raccontarsi ballando, “Diverse abilità, stessa voglia di vivere”. Mi auguro leggiate con interesse ciò che ci scrive Federica e anche ciò che pubblica sulla sua pagina (https://m.facebook.com/federicabambaciruotealate/ )– dal canto mio mi sento di farle sapere che, secondo me, sta affrontando al meglio il suo percorso di vita, con la giusta determinazione che la porterà a vivere tanti successi.

Quando salgo sul palcoscenico – scrive – provo sempre una grande emozione vedendo tutte le persone che, guardandomi, riescono a capire che al possibile non c’è limite, ed è sempre una gioia vedere la commozione nei loro occhi. In una delle mie ultime esibizioni una cosa che mi ha segnata particolarmente è stata essere definita “ragazza coraggio”. Questo mi ha riempito di gioia perché so che in questo percorso ci sarà sempre chi mi capirà, chi mi comprenderà a metà, e chi mi capirà del tutto. Infatti se dovessi definirmi userei proprio “ragazza coraggio”, come Giulietta, forte, caparbia nel raggiungere i propri scopi ed innamorata del suo sogno.

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A proposito dei progetti che vorrebbe realizzare in futuro, la ballerina, che crede “che i sogni quelli più veri, volino alto ed è per questo che definisco le mie ruotealate – ci scrive – ha l’obiettivo

di portare sul palcoscenico, con l’aiuto del mio coreografo, quadri con tematiche per me di grande importanza come la violenza sulle donne o la vita quotidiana stravolta dagli eventi e quindi vista con occhi diversi. Spero il mio futuro continui nel mondo artistico perché sentirete ancora parlare di me, non è una minaccia ma una promessa.

Ringraziamo Federica di averci raccontato la sua storia di vita e artistica e siamo sicuri che il suo futuro continuerà nel mondo artistico. Sentiremo ancora parlare di te, ne siamo certi!

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Progetto Boudoir disability: un inno alle donne che hanno il coraggio di non rinunciare a sé stesse

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ItaliAccessibile vi propone un’intervista a cura di Maria Stella Falco a Valentina Tomirotti, ideatrice, insieme a Micaela Zuliani (fotografa di Portrait de Femme), del “Progetto Boudoir disability”.

Boudoir Disability - Valentina Tomirotti - Foto di Micaela Zuliani per Portrait de Femme
Boudoir Disability – Valentina Tomirotti – Foto di Micaela Zuliani per Portrait de Femme

D. Valentina, raccontaci un po’ di te: ti piaci, piaci e sei una “giornalista a rotelle”.

R. Si mi definisco così: è davvero quello che sono. Mastico comunicazione e social media come pane quotidiano, condito da un carattere solare. Nella mia vita scrivo e alleno la mia passione per il mondo della moda, ma soprattutto coltivo la speranza di poter sdoganare il mondo dell’handicap, alleggerendo il cliché che tutti conosciamo: handicap=malattia e stop.

D. Racconta il “Progetto Boudoir disability”: come e perché è nato?
Questo progetto è una bomba socialmente utile. Dopo le discussioni sulle unioni civili, l’uguaglianza dei diritti, “Boudoir Disability”, credo possa essere considerato un ulteriore sfaccettatura della stessa medaglia. Nasce per alimentare un dialogo costruttivo su un argomento che in Italia è ancora tabù: associare il termine sensuale a chi è diverso da noi o non rispecchia certi canoni. Fortemente voluto da me e Micaela Zuliani, fotografa di “Portrait de Femme”, questo progetto è un inno a tutte quelle donne che hanno il coraggio di non rinunciare a se stesse.

D. Hai scelto di essere fotografata in lingerie e in camera da letto; dici che le foto “sono un inno alla sensualità e non alla sessualità”. Secondo me le foto sono un inno sia alla sensualità che alla sessualità, perché hai specificato questa “differenza”?

R. Non credo che per forza bisogna fermarsi sempre al contenitore, qui abbiamo voluto essere irriverenti, dirette e perché no, l’essere sensuale si può esprimere anche attraverso un modo di posare. Non è l’ambientazione a definire l’intento. Usciamo dai cliché, oltre alle immagini c’è un progetto di anti-discriminazione, basta etichette preconfezionate: ognuna di noi può piacere proprio perché diversa e può scegliere come mostrarlo o farlo capire. Non siamo qui ad etichettare.

D. anche io ho una disabilità, motoria; pure io, attraverso la mia disabilità cerco di comunicare messaggi positivi e di abbattere qualche stereotipo (http://www.italiaccessibile.it/a-nardo-le-maria-stella-modella-per-un-giornoho-realizzato-un-sogno/). Non credo che farei una scelta come la tua. Preferisco mostrare la mia sensualità e vivere la mia sessualità privatamente. Molte persone disabili potrebbero essere della mia stessa idea….

R. Boudoir Disability è solo un aspetto, un modo di spiegare un concetto, una scelta di linguaggio diverso dal solito. Non è sbagliato il tuo, non è sbagliato il nostro, sono solo diversi. Il concetto non è cos’è bello per chi e cosa non lo è. Dipende dal carattere, da cosa si vuole trasmettere e non è nemmeno così scontato che un po’ di pizzo sia sensuale. Ognuno può recepire il concetto e farlo suo. Basta esercitarsi ad andare oltre e non escludere a priori, le discriminazioni non ci appartengono e non dovrebbero nascere nemmeno in coloro che ci ascoltano. No?

D. I media, quotidianamente, ci propinano un’immagine della bellezza opposta a quella che traspare dalle foto. Vero, ma questa verità non riguarda solo le donne disabili. Non solo il corpo delle persone disabili viene inteso spesso come oggetto….

R. Il problema non è la donna oggetto nel mondo disabile, è che spesso non si vede l’essere donna e femminile, ma si fanno solo i conti con la malattia.
Ecco dov’è l’errore. Bisogna digerire che una persona disabile è una persona e non qualcosa da spostare, accudire e basta. Ci propinano una bellezza incastrata in regole, percarità, non si discute sul livello di bellezza, che ripeto sempre soggettivo,si discute di riconoscere il soggetto come essere pensante e gestore di emozioni e bisogni come chiunque altro. Ci stiamo battendo per una donna fuori da canoni rigidi di perfezione. “Portrait de Femme” sta portando avanti questa campagna in vari modi, non solo nella disabilità.

D. Si dovrebbe superare un pregiudizio in voga tra gli addetti ai lavori: magari non tutti gli uomini pensano che la donna disabile non sia sensuale, bella (pure interiormente).Credi anche tu che dovrebbe avvenire questo?

R. Certo che dovrebbe avvenire, ma non perché ne stiamo parlando ora, dovrebbe essere qualcosa di scontato. Se questo non avviene, come molto spesso accade, è qui che solo il dialogo aiuta a superare certe barriere mentali.

D. Le domande possono far pensare che ItaliAccessibile non abbia apprezzato la vostra iniziativa: non è così! Attendiamo risposte (e altre iniziative) interessanti!

R. Ci mancherebbe, è giusto sviscerare ogni perplessità o curiosità, siamo qui per essere visti e non guardati (due parole che possono indicare una stessa azione, ma con connotati diversi).

A questo proposito vi invitiamo all’evento organizzato da noi in Piazza Duomo a Milano, sabato 19 marzo alle ore 15 (https://www.facebook.com/events/761500713981578/) HAPPY DAY DIVERSITY.
Vogliamo per una volta festeggiare qualcosa che accomuna tutti, la diversità! Ognuno di noi è diverso dall’altro, per definizione e creazione.
Non ne possiamo più di discriminazioni, lotte, violenze, barriere mentali e pregiudizi. Se anche tu vuoi festeggiare in modo spontaneo, allegro, passando una giornata insieme a tante persone allora sei il benvenuto.
Musica, colori, allegria e voglia di fare festa, questi gli unici ingredienti.
Abbiamo scelto come data il 19 marzo perché in concomitanza dell’arrivo della Primavera, che simboleggia la rinascita, rinascita quindi di una nuova mentalità, aperta e senza discriminazioni di sorta.

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INTERVISTA A MARICLA PANNOCCHIA, FONDATRICE E PRESIDENTE DELL’ASSOCIAZIONE ADOLESCENTI E CANCRO

copertina ATTIMI DI NOI
Copertina Attimi di Noi - Associazione Adolescenti e Cancro
Copertina Attimi di Noi – Associazione Adolescenti e Cancro

L’intervista a cura di Maria Stella Falco è molto corposa (ma merita, eccome!), buona lettura!

Prossimamente, dedicheremo altro spazio a Maricla e ai “suoi” ragazzi, su ItaliAccessibile, per darvi ulteriori dettagli sull’iniziativa a cui si fa riferimento anche in questa occasione (l’imminente pubblicazione della raccolta Attimi di noi – storie di adolescenti con tumore).

D.: Partiamo da una domanda “generale”: potete presentare la storia dell’Associazione Adolescenti e cancro? È una realtà toscana, livornese, che opera in vario modo, in Italia e all’estero, per non far sentir solo nessuno ragazzo che ha affrontato o sta affrontando il cancro. È questo il vostro motto, il motto dei vostri ragazzi……

R.: Adolescenti e cancro è nato come progetto nel settembre 2014 ed è diventato associazione di volontariato ad aprile 2015. Abbiamo sede a Rosignano Solvay (LI), ma offriamo supporto sociale e occasioni di confronto fra coetanei ad adolescenti e giovani adulti (13-24 anni) da tutta Italia che hanno o hanno avuto il cancro. Sì, il nostro motto è MAI PIU’ SOLI e sono stati gli stessi ragazzi a inventarlo. Penso che racchiuda perfettamente la nostra filosofia: gli adolescenti spesso si ritrovano in una sorta di terra di nessuno in sospeso fra il mondo dell’oncologia pediatrica e quello dell’oncologia per l’adulto; è importantissimo per questi ragazzi conoscere altri giovani in situazioni simili con cui fare amicizia, confrontarsi e supportarsi ma anche vivere nuove esperienze e sentirsi giovani e vivi a dispetto della malattia. Offriamo supporto on-line per permettere a tutti i ragazzi di stare in contatto con altri giovani in situazioni simili 24/7, non importa dove abitano; giornate di svago gratuite nelle zone in cui abbiamo gruppetti di ragazzi (laboratori creativi, uscite a teatro, visite culturali…), gite e mini-vacanze gratuite in Toscana (l’Adolescenti e cancro Summer Holiday ad agosto 2016, il Winter Break a Firenze a dicembre 2016), la partecipazione a iniziative internazionali e attività come la raccolta “Attimi di noi – storie di adolescenti con tumore” cui tutti i ragazzi interessati hanno potuto partecipare, a prescindere dalla distanza geografica. Collaboriamo anche con alcune associazioni offrendo loro programmi per i loro adolescenti. Il nostro scopo è offrire ai ragazzi uno spazio virtuale e non in cui conoscere altri amici in situazioni simili, che possono capirli appieno; annullare il senso d’isolamento; ascoltarli; aiutarli a (ri)trovare la sicurezza in se stessi e a sfidare se stessi e i propri limiti; offrire loro occasioni d’incontro e svago in cui possano “staccare la spina” dalla quotidianità ed essere semplicemente dei giovani che si divertono.

D.: Avete curato Attimi di noi – storie di adolescenti con tumore, una splendida raccolta di storie di vita di ragazzi che stanno affrontando o hanno affrontato il cancro. C’è stato qualche ragazzo che ha declinato questo invito? Mi auguro che, grazie al vostro supporto prezioso, riesca a scrivere nella prossima occasione….

R.: Sono contenta che la raccolta ti sia piaciuta. Sì, non tutti i ragazzi hanno partecipato alla raccolta ma naturalmente la partecipazione non era obbligatoria. Ci possono essere tanti motivi per cui un ragazzo non se la sente di mettere per iscritto la propria storia e di partecipare a un progetto del genere; naturalmente, se in futuro ci saranno altre occasioni di raccolte simili, potranno partecipare tutti i ragazzi che lo desidereranno, come stavolta, magari anche qualcuno che in questa occasione non se l’e’ sentita ma non è certamente imperativo. L’importante per noi è che ogni singolo ragazzo sappia che può partecipare alle attività e alle iniziative che trova interessanti/in cui si sente a suo agio, lasciando perdere le altre.

D.: Ho dato un’interpretazione personale al titolo, molto bello. Credo molto nel valore degli attimi: in un attimo ci si può ritrovare nel fondo di un baratro, ma in un attimo si può decidere di reagire, pure al cancro. Pure quando si è adolescenti, o giovani adulti e si ha il cancro! Chi e come ha scelto questo titolo?

R.: Sono stata io a scegliere il titolo, e sono contenta che ti piaccia. Certamente in un attimo possiamo sentirci sull’orlo del baratro oppure possiamo trovare la forza per reagire a una situazione difficile, come ci raccontano i ragazzi nelle loro storie, ma ho scelto questo titolo per altri due motivi. Il primo è che volevo far passare il concetto che gli avvenimenti di cui parlano i ragazzi riguardano appunto degli attimi della loro vita, un determinato periodo. Naturalmente porteranno sempre dentro di sé la loro esperienza di malattia, ma questi ragazzi non sono il cancro, e nelle loro vite proveranno altro, faranno altro… ci saranno tanti altri attimi riempiti da altre esperienze ed emozioni. Il secondo motivo è che mi piace molto una famosa citazione che recita “la vita non è fatta di respiri, ma di momenti che ti tolgono il respiro” e penso che sia vero e si addica perfettamente alle storie di questi ragazzi. Ci sono tante persone che arrivano a una certa età senza aver mai davvero vissuto, e ragazzi come gli autori delle storie della raccolta che, pur essendo giovani, hanno già vissuto, hanno capito qual e’ il senso della vita.

D.: L’immagine di copertina è altrettanto interessante: per scelta di vita, sono una lettrice “incallita” di storie di vita e di ogni altro tipo di genere che può raccontare la disabilità, la malattia per sensibilizzare e incoraggiare a viverle con ottimismo, nonostante tutto. Nell’immagine ho “letto” questo vostro bellissimo intento…

R.: Sì, sicuramente uno degli intenti della raccolta è aiutare le persone che stanno affrontando un momento difficile (per via di una grave malattia, certo, ma anche per qualunque altro motivo) a reagire, a cercare di trovare sempre il bello, ad alzarsi al mattino con il sorriso sul volto. Penso che, unendo a questi messaggi le storie dei ragazzi autori della raccolta – quindi delle storie vere di giovani – sia più semplice per le persone rendersi conto che non si tratta solo di frasi fatte ma che ogni giorno ci sono persone che davvero mettono in pratica questa filosofia di vita riuscendo ad affrontare una malattia come il cancro con forza, coraggio e positività. Mi piacerebbe anche che le persone sane prendessero dalle storie dei ragazzi il messaggio che non dobbiamo aspettare che ci capiti qualcosa di brutto per cominciare a reagire, a vivere e a fare qualcosa della nostra vita. Tutti abbiamo il lusso del tempo, non sappiamo quanto sia lungo questo tempo, sappiamo solo che abbiamo il “qui e ora”. Ogni singolo giorno è una possibilità per alzarsi dal letto e fare qualcosa della nostra vita, per aiutare gli altri, per vivere e sta a noi scegliere se buttare via tempo prezioso in sciocchezze, oppure se rendere questa nostra vita degna di essere vissuta, con o senza un cancro.

D.: Negli ultimi anni la sensibilità degli editori e dei lettori verso le tematiche della disabilità, della malattia, è in crescita. Condivido, però, che si parla poco di adolescenza e cancro. Per quale motivo succede questo?

R.: Credo che il problema principale sia che la gente non pensa che anche gli adolescenti possano ammalarsi di cancro. Quando parliamo di oncologia pediatrica, o quando vediamo pubblicità e iniziative rivolte appunto al mondo dell’oncologia pediatrica, generalmente ci sono immagini e testimonianze di bambini. Poi si parla molto di cancro al seno, con la convinzione che sia una malattia esclusiva delle donne da una certa età in poi… insomma, raramente, quando parliamo di oncologia, ci focalizziamo sugli adolescenti. Per fortuna ultimamente anche qua in Italia sempre più realtà si stanno accorgendo dei bisogni specifici degli adolescenti e dei giovani adulti con tumore, ma penso che sia molto importante informare anche le “persone comuni”, coloro che non lavorano in ospedali, associazioni ecc… Anche se tutto sommato si tratta di casi rari, è importante ricordare che anche gli adolescenti possono ammalarsi di tumore. Anche i medici di base spesso non sono formati al riguardo e di fronte a un giovane che accusa determinati sintomi spesso pensano che si tratti di qualcos’altro proprio perché generalmente non pensiamo che anche i ragazzi possano ammalarsi di cancro. Il nostro scopo non è certamente quello di spaventare i lettori, ma semplicemente quello di ricordare loro che esistono tanti ragazzi come quelli autori delle storie di questa raccolta, e che purtroppo il cancro nell’adolescenza esiste, ed è una realtà con le sue caratteristiche e le sue difficoltà.

D.: Mi ha colpito la capacità di questi ragazzi, sia adolescenti che giovani adulti, di raccontare il cancro, di raccontare la loro storia di vita scrivendo anche in termini tecnici la loro diagnosi, il “nome” dei loro trattamenti. Queste esperienze fanno crescere e maturare. La maturità non è data dall’età, quanto è vero…

R.: E’ vero, la maturità non è data dall’età e lo possiamo vedere in diverse situazioni. Questa è certamente una situazione in cui possiamo vedere la maturità acquisita dai ragazzi durante l’esperienza con la malattia. Che cosa vuol dire “maturità”, alla fine? Io penso che essere maturi significhi essere consapevoli. Consapevoli di quello che conta davvero, consapevoli di chi siamo e di chi potremmo essere, di quello che possiamo fare per lasciare la nostra impronta nel mondo e della bellezza di tutto quello che ci circonda. Personalmente, la cosa che mi ha colpito di più quando ho letto tutte le storie dei ragazzi partecipanti alla raccolta, è come diversi di loro abbiano scritto che, tutto sommato, ringraziano il tumore. Sì, avete letto bene. Ringraziano il tumore per averli “svegliati”, perché se non avessero vissuto quell’esperienza con la malattia, forse non sarebbero diventate le persone che sono ora, non conoscerebbero la “vita vera” e non l’apprezzerebbero così tanto.

D.: Pur senza voler anticipare nulla di ciò che raccontano i protagonisti della raccolta, molti di loro scrivono quale rapporto li lega alla loro famiglia (genitori, fratelli, parenti). Voi, associazione, come vi rapportate con loro, mentre aiutate i loro cari? Mi piacerebbe leggere una raccolta delle storie di vita di queste persone…..

R.:Sono in contatto con le mamme di alcune delle ragazze, ci sentiamo e sanno che, per qualunque cosa, possono contattarmi quando vogliono, anche solo per sfogarsi. L’adolescente, però, muove i primi passi verso l’indipendenza dalla famiglia, quindi noi ci concentriamo sul supporto del ragazzo. Ad esempio, durante le nostre attività i genitori non partecipano. Una ragazzina che parteciperà a una giornata di svago in programma ha detto a sua mamma “sì, accompagnami, ma tu non entrare”. Capiamo questo bisogno dell’adolescente di allontanarsi dalla famiglia per cercare la propria identità e confrontarsi con i suoi coetanei, quindi manteniamo dei rapporti con i famigliari che vogliono restare in contatto ma le nostre iniziative sono pensate tenendo conto anche del desiderio d’indipendenza dei ragazzi.

D.: “Per quanto gli amici sani possano sforzarsi di capire, questi ragazzi hanno bisogno di condividere dubbi, gioie e sofferenze con altri giovani in situazioni simili, che possano capirli appieno” . Concordo, non voglio anticipare nulla di ciò che raccontano i protagonisti di questa raccolta, ma qualcuno ha anche scritto come si è sentito quando gli amici “sani” si sono allontanati. Questo per dire, il cancro spaventa molti, però i sani, possono pensare che i malati vogliono “isolarsi tra loro”. Non mi piace categorizzare in questi termini, però la gente spesso è “in preda” a questi ragionamenti. Credete anche voi che sia così, oppure…..?

R.: E’ vero, diversi dei ragazzi autori delle storie hanno raccontato di aver perso degli amici “sani”, ragazzi e ragazze che magari hanno avuto paura della malattia, che non sapevano che cosa dire o che cosa fare, o, semplicemente, non si trattava di veri amici perché, come hanno detto alcuni dei ragazzi, puoi perdere degli amici, certo, ma ne puoi trovare altri che sono dieci volte migliori di quelli che avevi. E generalmente si riferiscono ad altri ragazzi incontrati durante il percorso con la malattia, ragazzi appunto che possono capirli appieno semplicemente perché stanno vivendo o hanno vissuto situazioni simili. Non so se alcune persone possano pensare che i malati vogliano “isolarsi tra loro”; di sicuro, quello che ho capito dai ragazzi è come abbiano bisogno di essere considerati “normali”, il bisogno che la gente capisca che sono ancora loro stessi, a dispetto della malattia. Una malattia, per quanto grave come un cancro, non cambia la tua personalità o i tuoi interessi. Tu resti sempre tu, ed è importante che la gente lo capisca. E’ anche importante sensibilizzare i giovani su questo tema perché si parli del cancro; abbiamo sempre paura delle cose che non conosciamo, di quelle di cui non parliamo. Parlarne sicuramente esorcizza la paura.

D.: Questi ragazzi, innanzitutto ragazzi…malati oncologici, sono “in sospeso” ma possono contare sull’aiuto di medici, famigliari, amici speciali, sul vostro aiuto: “il valore di ogni singolo giorno e dell’aiutare gli altri”. Pure io credo sia proprio così, ma decidere di aiutare è un passo importante, che scaturisce da diverse scelte di vita…Che cosa vi insegnano i vostri ragazzi? Potreste raccontarlo, anche voi, in una raccolta….

R.: Che bella idea, magari in futuro lo faremo! Io penso che quella di aiutare gli altri non sia una vera e propria decisione. Almeno nel mio caso, penso che sia stato una manovra del destino che mi ha guidata ad aprire l’associazione (sono una scrittrice e un giorno ho avuto l’idea di scrivere un romanzo su due amiche adolescenti, di cui una malata di leucemia; le ricerche svolte durante la stesura del romanzo mi hanno portata a conoscere le sfide di questi ragazzi e a provare il desiderio di fare qualcosa in quest’ambito), comunque, e’ uno scambio. Non penso di essere solo io ad aiutare i ragazzi, anzi, sono anche e soprattutto loro ad aiutare me a non perdere di vista ciò che è importante, ad amare la vita per quella che è davvero, a viverla ogni singolo giorno. A volte la gente mi chiede perché lo faccio. Queste persone purtroppo misurano le cose in base a un guadagno che è esclusivamente materiale. Fare qualcosa per ottenerne indietro benefici diretti come soldi o qualcuno che ti dice “quanto sei bravo”. Personalmente, lo faccio perché credo in questi ragazzi, perché voglio fare la mia parte nel migliorare la situazione per gli adolescenti e i giovani adulti qua in Italia e anche perché, come dicevo prima, i ragazzi mi stimolano e m’insegnano qualcosa ogni giorno. Penso che, chiunque voglia aiutare gli altri, trovi un modo per farlo; a volte qualcuno può avere paura di buttarsi, ma il mio consiglio è quello di provare. Non dovete necessariamente aprire e gestire un’associazione, potete offrire il vostro tempo come volontari per associazioni già esistenti, effettuare donazioni in loro favore per permettergli di portare avanti i progetti o ancora potete passare del tempo con la vicina di casa anziana che è sempre sola. Per esempio, una signora che conosco ha dato lezioni d’italiano gratuitamente, per diversi mesi, a una bambina cinese i cui genitori, pur abitando in Italia da anni, non vogliono far integrare nella nostra società. Gesti così piccoli, possono fare la differenza. Rispondendo alla domanda su che cosa m’insegnano i ragazzi… be’, come ho accennato prima m’insegnano il vero valore della vita, l’importanza di renderci conto che tutto quello che abbiamo è “qui e ora”, di abbracciare i nostri cari, di non perdere tempo per sciocchezze… sapevo già queste cose, ma forse non le mettevo in pratica come cerco di fare adesso. E poi, il coraggio, la forza, l’ottimismo e la positività anche quando ti trovi di fronte alle avversità e, infine, a non aver paura della morte. Esatto, grazie a loro ho capito che, per quanto adesso mi sembri lontano e assurdo, un giorno la morte arriverà anche per me, ma è il modo in cui hai vissuto a fare la differenza, e se avrai vissuto aiutando gli altri, godendoti la vita e in pace con te stesso, allora potrai andartene con il sorriso sulle labbra.

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Intervista al cantautore Bonaffini ricordando anche il Maestro Bertoli

Luca_Bonaffini

di Maria Stella Falco

Con l’intenzione di dedicare altro spazio a Luca Bonaffini su ItaliAccessibile, pubblichiamo una sua bella (e corposa) intervista.

Luca Bonaffini
Luca Bonaffini

Giovedì 3 dicembre 2015, ore 21 (presso il Teatro Ariston di Mantova), si terrà il concerto-racconto del Cantautore, collaboratore fisso di Pierangelo Bertoli, che in quell’occasione presenterà – insieme a Dario Bellini – il libro/cd a lui dedicato dallo scrittore siciliano Mario Bonanno (La protesta e l’amore. Conversazioni con Luca Bonaffini, Gilgamesh, 2015). Non aggiungo altro, buona lettura!

DOMANDA: Documentandomi sul suo “percorso” artistico, dagli inizi fino ad oggi, mi è naturale definirLa un artista poliedrico. A quindici anni, già appassionato di teatro e disegno, impara da autodidatta a suonare la chitarra. La chitarra l’ha accompagnata durante tutta la sua gavetta, prima dell’incontro col suo Maestro, Pierangelo Bertoli. Mentre la maggior parte dei cantautori e dei discografici non “rispondevano” a chi proponeva le sue canzoni “sui nastrini o sulle musicassette”, si è mai sentito un cantastorie?

RISPOSTA: No. Mi sentivo un ragazzo pieno di problemi e di urgenze. Mi faceva soffrire vedere chi subiva delle ingiustizie e volevo gridarle. La musica, allora, era ancora di moda. Negli anni ’70, imbracciai la chitarra e cominciai a urlare la mia rabbia e il mio amore. I cantastorie facevano altro. Io ero un cantautore. Anzi, mi sentivo così…

D.: Se non avesse incontrato Bertoli…provi ad immaginare per Lei un altro “percorso” intellettuale (non lo definisco “lavorativo” così come Lei non ama definire il suo percorso “carriera”). Perché?

R.: Quello con Bertoli è stato un percorso “intellettivo”, ovvero di “testa”. Non posso immaginare quello che è già stato, posso fantasticare su quello che verrà.

D.: A proposito del Suo incontro con Bertoli (1983), Lei dice che non sa dire se quell’incontro fu voluto dalla Fortuna o dal Destino. Cosa può aggiungere a riguardo? Io non credo ne’ alla Fortuna né al Destino. Preferisco parlare di “coincidenze significative” che in un dato momento della nostra vita ci capitano.

R.: Il caso, allora. Un caso però determinato dalla mia passione e tenacia (che mi ha portato a lui) e dalla sua attenzione (che mi ha scelto). Le coincidenze le lascio a Trenitalia.

D.: Perché Bertoli ha creduto in Lei? Che ricordi ha del periodo in cui Bertoli La “formava” e La “osservava”? Il Maestro non amava produrre, eppure ha prodotto il Suo secondo album: come visse questa opportunità? Poi è diventato il suo “collaboratore fisso”. Ricorda il momento in cui Bertoli Le chiese di scrivere canzoni per lui o insieme a lui. “Improvvisamente”, quel testo mi ha “catturato”, è pieno di “voglia di vivere”…

R.: “Improvvisamente” la scrissi nel 1985, quattro anni prima che lui la scegliesse. Faceva così con molti ragazzi (e non solo ragazzi), perché amava scoprire le cose belle, almeno secondo lui. Io sono stato un privilegiato, lo so benissimo. Gli sono e gli sarò sempre riconoscente. Però, ti garantisco che la scuola è stata dura.

D.: A proposito della canzone “Spunta la luna dal monte” (1991, feat Tazenda, presentata a Sanremo, dove ebbe moltissimo successo). Lei riadattò questo testo, dal sardo all’italiano. Io ho studiato Lettere. Che esperienza è stata, “tradurre”? Mi dirà che troverò questa risposta nel Suo libro “Come nacque Spunta la luna dal monte” (2013). Non vedo l’ora di leggerlo, son contenta di conoscere la Sua storia, artistica. Mi son fatta l’idea che Lei deve molto a Bertoli, ma credo valga anche il contrario…

R.: Bertoli era importante, era un nome e mi scelse. Poi, per sua (e per mia) fortuna, scelse bene. Il testo, lo spiego bene nel libro, lo scrisse lui. Io ero presente e gli diedi qualche piccolo suggerimento, come spesso accadeva quando scrivevamo brani che firmava lui o che firmavo io. Non è una traduzione, è un altro testo con delle affinità concettuali e qualche riferimento. Pierangelo, in una notte (il 6 gennaio 1991), fece un capolavoro. Disse cose difficili, in poche righe, senza ledere la parte sarda, creando una creatura nuova. E la luna splende ancora…

D.: Lei è cantautore, produttore, scrittore e regista teatrale! Se dovesse definirsi in una sola parola…è? Può sintetizzare brevemente la sua produzione, “multiforme” e sempre all’avanguardia, anche “oltre” il “sodalizio” con Bertoli, è “sulla scena” da più di trent’annii, conta collaborazioni illustri (con Flavio Oreglio, Claudio Lolli, ad esempio)… Ho provato a farlo io, ma mi pare sempre di “non citare” qualcosa che lei ritiene fondamentale, nel suo percorso. Secondo me, è sempre magistralmente riuscito a esprimersi al meglio, riproponendo ora in musica, ora a teatro, ora per iscritto, ciò in cui crede, come meglio crede …

R.: Grazie. Però le parole preferisco usarle non per definirmi, ma per scrivere canzoni, copioni o racconti. Io sono l’insieme di tutte le cose che ho fatto e che farò. Un uomo, prima di tutto. Un essere umano fortunato che ama “fare”. Quando vedo qualcosa di compiuto rinasco. E quindi ho un’altra vita davanti…

D.: “Bertoli viveva facendo ciò che sentiva, cantava ciò in cui credeva, facendolo come credeva: con le mani, con la voce, con la testa puliti” Che bella descrizione dell’arte del Maestro, ha un che di teatralità…

R. Era un duro e puro, Angelo. Non si spaventava di nulla e l’unica preoccupazione che aveva era per la sua famiglia. I suoi bimbi, piccoli, erano felici sapendo di avere un papà così forte. Ma lui temeva che, un giorno, venendo a mancare, gli avrebbe tolto quella felicità.

D.: “Pierangelo non è cantabile da chiunque, ma è interpretabile in tante maniere”. Ma che esperienza, umana e professionale, è stata per Lei, scrivere per Bertoli? Testi impegnati, veri, melodici…

R. Personalissimo nel modo di raccontare ciò che scriveva, condivisibile da un’enorme schiera di artisti. Chi ha contenuto e spessore, come Bertoli, è di nicchia e popolare al tempo stesso. Come i grandi leader.

D. Mi scriva qualcosa di Bertoli “uomo di tutti i giorni”, come viveva e affrontava la sua disabilità? Ho apprezzato molto la spiegazione del titolo del suo album omaggio al Maestro: “Sette volte Bertoli” (2014). Sa che io ho scoperto poco tempo fa il fatto che Bertoli fosse disabile? Perciò, tempo fa, decisi di documentarmi. Ho conosciuto Bertoli grazie al remake di “A muso duro” per Italia Loves Emilia (2012)

R. Era tutti i giorni a muso duro. Non mollava mai, sempre disponibile per tutti e innamorato della sua donna (la moglie Bruna) e della sua famiglia. Lavoratore instancabile e padre attento. E, nel mio caso, un maestro molto presente!

D.: “Una vita a muso duro” è il docufilm sulla storia di Pierangelo (di Giancarlo Governi, Regia Silvio Governi, produzione Rai per la serie “Grandi Protagonisti”). Insieme al figlio Alberto, ha parlato di Pierangelo al Festival della Filosofia a Sassuolo, dove il documentario è stato presentato in anteprima. So che andrà in onda a Dicembre, mi sa dire quando, dove? Spero non sarà messo in onda in seconda serata, come capita spesso quando si propongono storie che, in vario modo, hanno a che fare con la cultura e la disabilità.

R.: Non so nulla. Ho partecipato, ma non mi informo sulla diffusione. Al Festival, purtroppo, non c’ero. Ma quando andrà in onda, non me lo perderò sicuramente.

D. Il 3/12, Giornata internazionale delle persone con della disabilità, al Teatro Ariston di Mantova si terrà un concerto-racconto durante il quale presenterà – insieme a Dario Bellini – il libro/cd a Lei dedicato dallo scrittore siciliano Mario Bonanno, “La protesta e l’amore. Conversazioni con Luca Bonaffini” (Gilgamesh). La Prefazione è di Claudio Lolli, mi racconta le vostre collaborazioni? Perché avete scelto questa data per la prima presentazione di questo libro-confessione Mi darà la risposta che mi aspetto, credo. Non vedo l’ora di leggerlo. Tornare in quel teatro, sarà una giornata emozionante, senza autocelebrazioni. Non le piace “autocelebrarsi”, in un’epoca in cui molti lo fanno, forse….

D. Senta, perdoni le mie domande lunghissime, ma so che in quest’occasione si presenterà anche una ristampa dell’album “Il Ponte dei Maniscalchi”, perché per quest’occasione avete scelto di ristampare proprio quell’album (1989), in cui è presente la traccia che dà il titolo al libro?

R.: Lolli entra nella mia musica quando ero adolescente. Tra Bennato e Young s’inserì quel cantautore così difficile, articolato e intellettuale. La mia compagnia, piena di chitarristi, lo aveva idealizzato. Io, inizialmente scompensato, cominciati ad ascoltarlo come una droga. Poi, lo conobbi dopo un concerto, nel 1980. Credevo di avere incontrato Dio in persona. Gli strinsi la mano. Ma, solo dopo molti anni, nel 1998 facemmo un concerto insieme intitolato “La protesta e l’amore”. Da lì, una canzone e un cd insieme, l’anno dopo. Bonanno, fondamentalista del cantautorato italiano, considera quell’album il mio più rappresentativo. L’album s’intitolò “Il ponte dei maniscalchi”. Quindi, quando insieme a Bellini abbiamo pensato a una pubblicazione in occasione dei miei trent’anni di attività, l’ho tirato fuori dal cassetto e ho deciso di regalarlo al pubblico che comprerà il libro di Bonanno. È vero. Non amo autocelebrarmi. Sono vivo e le celebrazioni le faranno i posteri in occasione della ricorrenza dei trecento anni dalla mia scomparsa. Ovvero, tra quattrocento anni

 

 

 

 

 

 

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